mercoledì 26 ottobre 2011

Il Madagascar ringrazia De Lorenzo e Poggiolini


Siamo grati a De Lorenzo e a Poggiolini, perchè grazie a loro possiamo gustare in Madagascar un “buon gelato italiano”. Stefano, titolare della « Gelateria Italiana » a Tulear, “si racconta” come e perchè è arrivato in Madagascar. La sua intervista: 



Sono Stefano Bernardi *  nato il cinque ottobre 62 a Bassano del Grappa in provincia di Vicenza
Perché hai lasciato l’Italia per il Madagascar
Ho lasciato l’Italia non per il Madagascar, ma a causa di due eventi concomitanti che hanno marcato la mia vita.
Cosa è successo
In quegli anni ero sposato e lavoravo in un’industria farmaceutica come tecnico biologo.    Nel 1993 è scoppiato in Italia il famosco scandalo dei cosidetti “farmaci d’oro” Il Ministro della Sanità De Lorenzo e il paperon dei paperoni Poggiolini sono indagati, cosi' come l’azienda dove lavoravo. Io mi sono trovato purtroppo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Con me hanno perso il lavoro altre 1200 persone, e ci siamo trovati in cassa integrazione con 1.200.000 lire al mese, indipendentemente dalla nostra funzione e dal nostro ultimo stipendio.
Tu avevi una famiglia da sostenere, con un figlio
Ho un figlio che allora aveva già 10 anni e mia moglie, dopo sei anni di università di medicina a Padova, e tre anni di specializzazione, aveva  cominciato appena a lavorare.
Allora sei un poco tranquillo perchè tua moglie puo' contribuire alle necessità familiari
In quel momento, tanto difficile per la mia vita, a causa del lavoro andato in fumo, mia moglie mi dice queste testuali parole: “ Mi rendo conto di averti sfruttato, ma non me la sento più di vivere al tuo fianco”.
Perché hai scelto il Madagascar
All'epoca non sapevo nemmeno dove si trovasse il Madagascar, ma un mio vecchio amico, Marco, mi propone di partire per il Madagascar per andare ad aprire un Casino', e mi incoraggia dicendomi che i malgasci vanno matti per le case da gioco.
Quando sei partito per la prima volta
Io e Marco siamo partiti per il Madagascar il 5 maggio 1994 e dovere accettare la separazione da mio figlio Michele è stata la cosa più dura da superare. Prima di partire ci siamo documentati sul Madagascar, abbiamo contattato l'Ambasciata malgascia a Roma e fatti i bagagli via............
All’arrivo in Madagascar
C’è stato l’impatto iniziale, uno shoc per me,  anche perché era la mia prima esperienza africana. Siamo arrivati in aeroporto a Ivato all’imbrunire, poi il taxi per arrivare in centro, all’epoca c’era ancora lo Zoma, quindi Ananalakeli era una cosa paurosa, un formicaio di gente scalza e mal  vestita. Poi una volta usciti da Tanà la cosa ha preso una piega più piacevole.
Cosa è successo
Eravamo presi  dall’entusiamo di trovarci in nuovo modo, incoscienti   dell’inesperienza data dalla nostra età. Avevamo come progetto un villaggio turistico, ma abbiamo subito abbandonato l'idea, perchè le leggi malgasce non consentono agli stranieri di acquistare beni immobili (terreni e case). Cosi abbiamo ripiegato sulla gestione di un hotel a Fort Dauphin. Dopo meno di un anno abbandoniamo, e mi faccio convincere da un italiano ad aprire un ristorante a Antananarivo, nella zona del parco zoologico, Zimbasasa. Anche questa attività è andata male. Me ne esco fortunatamente indenne. Nel 96 mi trovo a Morondava, e un altro italiano residente da parecchio tempo in Madagascar, mi propone di organizzare un servizio per i turisti di pesca d’altura e immersioni. Faccio arrivare dall'Italia un container con tutto il materiale occorrente e ci mettiamo al lavoro, ma anche questa attività non va bene. Quindi verso la fine del 96 decido di rientrare in Italia, pensando di ritornare in Madagascar a trascorrere le vacanze quando saro' in pensione.
E allora, in Italia......
Mi ero messo a lavorare in un albergo e li' ho conosciuto Claudia e Alberto, ai quali racconto le mie disavventure del Madagascar.
Anche Claudia e Alberto sono scontenti della vita che si conduce in Italia e delle difficoltà sul lavoro; assieme vediamo dove potere andare. Cominciamo a contattare varie Ambasciate e sappiamo che per andare in Nuova Zelanda, sono necessari 150 milioni di lire di deposito ancora prima di avere il visto, in Australia, 120 milioni di lire e cosi' via.....

Ma il Madagascar
Ho fatto vedere a Claudia e ad Alberto delle foto del periodo in cui girovagavo per il Madagascar, e quelle foto sono bastate per farli innamorare e provare una attrazione per questa Grande Isola.
Ma tu avevi già preso le tue bufale
Questa volta mi trovo a fare io da guida e visto le mie precedenti disavventure, ho telefonato a qualche amico italiano residente a Tulear e gli ho chiesto: Cosa manca a Tulear? Gli amici mi hanno risposto: “Un Buon Gelato Italiano”  Faccio un corso per conoscere le nozioni  per fare un “buon gelato italiano” e sono pronto per tornare in Madagascar. Nel gennaio 1998 prendo il volo Venezia – Mosca – Antananarivo e torno in Madagascar.









In genere chi sono quelli che vengono a gustare il tuo gelato
Inizialmente lavoravamo quasi esclusivamente con i malgasci di origine indiana, poi poco a poco i malgasci hanno vinto la paura della cosa nuova e attualmente sono la prevalenza della mia clientela e la cosa non mi dispiace affatto, sono più educati e rispettosi degli indiani.
Quali sono i gusti tipici del gelato e quale è il gusto preferito
Ho cominciato con una vetrina a sei gusti per passare poi a dodici. Attualmente espongo il gelato in una vetrina Carpigiani della capienza di 24 gusti. Bhe! la maggior parte dei malgasci passa dieci minuti a guardare i cartellini di tutti i gusti esposti per poi ordinare vaniglia o cioccolato.





Quale è la provenienza della materia prima per i tuoi gelati
Inizialmente facevo arrivare i prodotti dall'Italia, adesso c'è un grossista italiano che importa i migliori prodotti per gelaterie in commercio in Italia.
La lingua malgascia è difficile a capirla
Io non sono tanto portato per le lingue, quando sono arrivato non parlavo neanche francese, quindi ho finalizzato il tutto per impararare quest’ultima, parlo e capisco un po il malgascio di Tulear, ma come ti sposti un po’ cambia tutto, in definitiva trovo che non é facile.
Perchè hai scelto Tulear
Perché all’epoca era un buon compromesso tra la “metropoli Antananarivo” e la piccola cittadina come Morondava o Fort Dauphin, e poi per il clima, dopo aver vissuto un po in tutte le città costiere ancor oggi trovo che é il clima migliore per i miei reumatismi.
Si vive bene
Si viveva bene prima dell’arrivo del cellulare, del satellitare e di internet, ma questa é una mia polemica personale!
Gli abitanti
Sono tanti, tutti neri, e sempre di più incazzati per la incostanza politica e perchè non riescono a campare.
E' un posto tranquillo
Se è paragonato a tutto quello che succede in Italia e nel mondo, possiamo dire che è un posto tranquillo.
Conviene investire in Madagascar e avviare una attività imprenditoriale
Se hai grandi capitali, qui si possono fare grandi soldi, per i piccoli investitori ritengo che ci siano posti dove hai delle garanzie migliori
Se oggi dovresti ricominciare tutto d’accapo  rifaresti la stessa scelta
Non rimpiango di aver scelto Madagascar, ci ritornerei ma avendo l’esperienza punterei su altri settori di commercio.
A tal proposito se senti qualcuno che é interessato a comperare una gelateria ben avviata avvisami!!!!
A.S.


* Stefano Bernardi è Delegato Regionale a Tulear dell'Associazione Italiani in Madagascar.




La notte del 21 agosto è nata la prima Angonoka !



L'impegno del Tarta Club Italia per il Madagascar continuerà anche il prossimo anno con altri lavori e materiali che porteremo;  inoltre cercheremo di  continuare  la nostra partecipazione sociale coinvolgendo la popolazione locale.
 Dalla raccolta fondi effettuata in Italia durante le varie fiere e manifestazioni, beneficeranno a Mahajanga i bambini della scuola limitrofa al centro di recupero, come anche l'acquisto di 3-4 cucine solari a parabola, per contribuire a limitare l'uso di carbone e il conseguente disboscamento delle foreste.   Il nostro lavoro, quindi continua,  per cercare di salvare questa meravigliosa ed unica specie di tartaruga Angonoka: con il sistema di sicurezza, per evitare furti di esemplari nel centro di raccolta e nel riprodurre più esemplari, grazie anche all’uso dell’incubatrice;  anche se il rischio rimane alto per i furti dopo il rilascio in natura.
Purtroppo se allo sforzo delle associazioni internazionali come la nostra Tarta Club, Durrell, e tante altre, non si aggiunge quello dello Stato Malgascio, con maggiori controlli e pene più severe(quando intercettano i trafficanti, dopo pochi giorni li rilasciano), temo che per molte specie allungheremo solo il triste giorno della estinzione.
 Ricordo che ogni specie di tartaruga perduta rappresenta una risorsa inestimabile che viene meno per il futuro del Madagascar;  visto che, prima o poi, le risorse minerarie del paese finiranno, il domani per il Paese sarà la conservazione e la protezione della flora e della fauna, che rappresentano la ricchezza naturale, questo è  un patrimonio che non deve disperdersi perchè  legato anche al turismo che è una delle fonti principali di entrate per questa Grande Isola.
                                                                Agostino Montalti
                                                               Presidente Tarta Club Italia



La notte del 21 agosto,  è nata la prima Angonoka !


Il periodo di incubazione naturale delle uova di tartaruga è di circa 10 mesi ed è cadenzato dalla stagione delle piogge.
Alle prime piogge, che arrivano solitamente ai primi di dicembre,  i maschi iniziano le loro lotte serrate, a colpi di "vomere", la grossa protuberanza che viene usata come se fosse un ariete, per capovolgere l'avversario.  Questa lotta ha lo scopo di selezionare i maschi più forti, i quali hanno il privilegio di accoppiarsi con le femmine.  Poco dopo, verso fine dicembre, le femmine iniziano a deporre le prime uova (da 3 a 5/6 per deposizione) .
Purtroppo,  la percentuale di schiusa delle prime deposizioni in terra, è bassissima,   e questo, a nostro parere, è dovuto al fatto che il successivo arrivo delle forti piogge, fa marcire le uova; tesi avvalorata dal fatto che le ultime deposizioni hanno percentuali di schiusa notevolmente più alte.
Per questo motivo,  dopo lunghe consultazioni,  si è deciso di inserire dentro alla nuova incubatrice del Tarta Club Italia, studiata in collaborazione con la FIEM Incubators ,  12 uova degli ultimi 3 nidi deposti ad inizio marzo. Quest'anno le deposizioni sono state abbondanti (oltre 80 uova deposte),  e come prima esperienza, i responsabili Durrell, per essere cauti, hanno preferito prima vedere i risultati.
C'è anche da dire che la scelta di passare all'incubazione artificiale, dopo 25 anni di metodo naturale, è data anche dal fatto che una parte delle uova veniva persa per l'attacco di formiche e termiti,  ma i cambiamenti non sono facili da accettare subito per inserirle tutte in incubatrice.         
Se da una parte occorre pensare che, anche se la nuova incubatrice abbia un doppio sistema di protezione (meccanico ed elettronico),  che quindi abbassa moltissimo la percentuale di errori, con questa specie rarissima non possiamo permetterci di sbagliare,   ma la percentuale di uova schiuse in più, è talmente alta che vale sempre la pena di inserirle tutte all'interno dell'incubatrice.    La nuova incubatrice è dotata di due temperature di lavoro(diurna e notturna) con doppio sistema di riscaldamento e raffreddamento a celle di Peltier.   Ovviamente non abbassiamo la guardia sullo studiare nuovi sistemi per diminuire i rischi e una modifica è già prevista nella prossima missione.La nostra incubatrice è entrata in funzione ai primi giorni di aprile 2011,   ma le 12 uova erano già state in terra per poco meno di un mese, quindi i parametri e i risultati saranno in parte influenzati anche da questo primo breve periodo , che verrà poi confrontato con gli anni a venire.Dopo aver a lungo studiato le temperature del Madagascar e delle zone di origine delle Astrochelys yniphora e Astrochelys radiata e dalle esperienze di alcuni allevatori Europei di Astrochelys radiata,  il nostro parere era quello che i tempi di schiusa in incubatrice sarebbero stati molto inferiori dei 10 mesi in natura,   quindi abbiamo impostato la programmazione delle temperature e umidità,  tenendo conto di questa tesi.
Infatti, alla fine di luglio,  abbiamo detto al responsabile del centro di riproduzione di aumentare gradualmente la percentuale di umidità dal 70%  all'80/90%, simulando così l'arrivo delle prime piogge (ancora molto lontane).    La nostra teoria era che le baby rimanevano diversi mesi dentro l'uovo, già pronte, in attesa dell'arrivo delle piogge per uscire più facilmente. Uno dei motivi di questa convinzione era avvalorata dal fatto che osservando le baby appena nate dell'anno precedente, si notava già una crescita degli scudi come se fossero nate già da mesi.
Però dal dire al fare, c'è di mezzo il mare (come dice un antico e saggio proverbio) e con queste rarissime e preziosissime uova non c'è da scherzare e gli esperimenti possono essere rischiosi.  Anche se eravamo convinti della nostra tesi,  ci sentivamo addosso molta responsabilità e la mail del 22 agosto che ci annunciava la nascita della prima baby ci ha fatto tirare un bel sospiro liberatorio.
La prima baby è nata la notte del 21 agosto 2011, con ancora un poco di sacco vitellino che si è assorbito  nei 3 giorni successivi;  ovviamente ha creato un pò di agitazione anche nello staff dei nostri amici del centro di recupero di Ampijoroa ,  a cui abbiamo subito dato consigli su come trattare gli esemplari nati con sacco vitellino e di come stabulare in esterno i primi nati, che necessitano di un substrato molto umido, in modo da simulare l'umidità della stagione delle piogge,   in quanto ora e per i prossimi 4-5 mesi la stagione è molto secca. Questa prima esperienza già ci sta facendo lavorare per cercare di migliorare ulteriormente la resa del progetto e per mettere a punto i lavori della missione 2012.
Ovviamente speriamo sempre che il progetto sia sostenuto anche dai soci e dalle donazioni .

Fonte Tartaclub Italia

Wwf, parte festival dell'ecoscienza Biodiversamente


 Biodiversamente, il festival dell'Ecoscienza ideato dal Wwf insieme all'Associazione Nazionale Musei Scientifici, e' stato presentato oggi al Museo Civico di Zoologia di Roma, insieme ai tre ricercatori italiani Franco Andreone (il record-man delle rane nel Madagascar), Alberto Zilli (l'uomo che legge le ali delle farfalle) e Fausto Barbagli (l'archivista della biodiversita'), che hanno raccontato la propria storia ai ragazzi delle scuole di Roma, per spiegare alle generazioni che hanno in mano il futuro del pianeta il fascino e l'importanza di studiare e proteggere la biodiversita'.
Tra loro, i ragazzi del liceo scientifico Mamiani che gestiscono personalmente, insieme ai professori, un museo scientifico interno alla scuola. E proprio per suggellare questo incontro tra scuola e ricerca, Wwf e Anms hanno lanciato l'iniziativa 'Ricercatore a scuola' che per tutto l'anno portera' nelle classi i grandi ricercatori italiani sulla biodiversita'. Sono centinaia le iniziative organizzate per Biodiversamente in musei scientifici, science center, orti botanici, parchi naturali e Oasi Wwf di tutta Italia, che il 22 e 23 ottobre apriranno gratuitamente i battenti per un fine settimana di incontri, mostre, tour tematici insieme agli esperti, laboratori didattici per grandi e piccoli, proiezioni, osservazioni al microscopio, viaggi virtuali nel tempo e nello spazio. E domenica 23 e' la volta delle Oasi Wwf, veri e propri centri di ricerca e musei a cielo aperto, dove la biodiversita' vive sicura. Info e programmi su www.wwf.it   Dopo aver coinvolto i cittadini nella raccolta fondi per sostenere due nuove borse di studio sulla biodiversita' italiana (tuttora in corso su www.wwf.it), l'Associazione lancia l'appello alle istituzioni perche' il sostegno alla ricerca scientifica sulla biodiversita' diventi una priorita' concreta e un'opportunita' di sviluppo per il nostro Paese.
Musei scientifici, acquari e orti botanici italiani conservano tesori insospettati ai piu' che 'mantengono in vita' la natura di milioni di anni fa, raccontano le storie di esploratori, scienziati e sovrani illuminati che hanno aiutato il diffondersi della conoscenza scientifica, ma offrono anche innovativi strumenti didattici e divulgativi, come le installazioni interattive degli science center o la web-tv www.sperimentarea.tv, promuovendo la natura presso migliaia di visitatori l'anno.
Musei, acquari, orti e Oasi Wwf sono anche il centro operativo di centinaia di ricerche scientifiche che, in Italia e in tutto il mondo, danno un contributo fondamentale alla conoscenza e alla tutela della biodiversita', tra spedizioni in aree inesplorate, nuove specie scoperte, monitoraggi e strategie di tutela, moderne tecniche di biologia molecolare e Dna barcoding per capire l'evoluzione che ha permesso alla vita di adattarsi ai cambiamenti del pianeta.
Ma il successo della ricerca sulla biodiversita' 'made in Italy' e' un vero miracolo della natura, data la mancanza di fondi che rende l'intero settore a rischio estinzione, nonostante promesse anche recenti.
La Strategia Nazionale per la Biodiversita', approvata nel 2010 dopo 15 anni di richieste e attese, identifica i Programmi di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale come strumenti d'intervento chiave, ma ad oggi il Miur non ha ancora pubblicato i bandi 2010-2011 e fino al 2009 tali programmi non hanno finanziato specifici progetti di ricerca sulla conservazione della biodiversita'.
Per accendere i riflettori sul problema e colmare almeno in parte questa lacuna, in occasione di Biodiversamente il WWF ha promosso il bando per le due borse di studio e una raccolta fondi sul web. Un'iniziativa che ha riscosso anche l'attenzione del mondo delle imprese, in particolare quelle caratterizzate da un forte legame con l'utilizzo delle risorse naturali, come il gruppo Unilever, che per primo ha risposto all'appello a sostegno della ricerca e ha deciso di finanziare una delle borse di studio.
Ma per evitare che la ricerca rimanga un 'affare privato' il Wwf, insieme all'Associazione Nazionale Musei Scientifici, lancia oggi un appello alle istituzioni italiane chiedendo l'adeguato finanziamento da parte del Miur dei Programmi di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale, con la pubblicazione in tempi brevi del bando per l'anno 2011, l'approvazione di progetti di ricerca funzionali all'attuazione della Strategia Nazionale per la Biodiversita' e la sottoscrizione di un'intesa tra Miur e Ministero dell'Ambiente per una collaborazione per la promozione e finanziamento della ricerca scientifica sulla biodiversita'.
"La ricerca scientifica sulla biodiversita' ha un ruolo fondamentale nell'orientare il mondo verso un futuro piu' sostenibile e se adeguatamente finanziata potrebbe offrire un'affascinante opportunita' di lavoro a moltissimi giovani ricercatori'', ha detto Stefano Leoni, presidente del WWF Italia.
"Ma non puo' certo essere portata avanti solo grazie alla generosita' di cittadini e privati. Il mondo politico ed economico - prosegue - fatica ancora a comprendere il grande valore della biodiversita' come base essenziale per la nostra economia. Con Biodiversamente vogliamo portare all'attenzione del pubblico e delle istituzioni il valore della natura e l'importanza di tutelarla, insieme al valore della ricerca scientifica sulla biodiversita' come ambito dalle grandi potenzialita' per il futuro del nostro Paese".
Fonte: Libero-News.it



A rischio le foreste del Madagascar


Un codice a barre genetico per proteggere le foreste

Lo sfruttamento massiccio e indifferenziato delle foreste tropicali del Madagascar ne mette a rischio la sopravvivenza. Un progetto del Politecnico federale di Zurigo e dello Zoo cittadino mira ora a rendere più difficile il commercio del legno illegale.


Il traffico internazionale di legni tropicali pregiati è un mercato fiorente, che vale centinaia di milioni euro ogni anno. Ma mette a rischio le foreste tropicali, preziosi serbatoi di biodiversità e habitat insostituibili per molte specie viventi. È quanto accade in Madagascar, dove il disboscamento illegale minaccia l'ultima delle foreste della grande isola dell'Oceano Indiano, dove trovano rifugio circa 100 diverse specie di lemuri.
I trafficanti di legname hanno infatti messo le mani sui preziosi legni esotici del Parco nazionale di Masoala, come il palissandro e l'ebano: dal 2009 a oggi, ogni giorno, sono stati abbattuti e rubati dal Parco Nazionale più di cento alberi.

Un codice a barre per salvare le foreste
Il professor Alex Widmer dell'Istituto di Biologia Integrata dell'ETH di Zurigo e Martin Bauert dello Zoo cittadino hanno avviato un progetto per isolare il codice genetico delle singole specie di legno, trasformando queste informazioni nella "carta d'identità" di ogni singola essenza. Una volta identificato il codice, si potrà risalire all'origine del legname commerciato, stabilendone con precisione l'origine e verificando le dichiarazioni ufficiali che lo accompagnano. 
Il problema, però, è complesso. Sonja Hassold, dottoranda con il professor Widmer, dopo un viaggio di studio  compiuto proprio in Madagascar spiega che "isolare il DNA del  legno è difficile, perché nel legno lavorato - il massello - ci sono poche tracce di materia vivente". La possibilità di ricavare frutto dalle ricerche, infatti, è collegata alla conservazione del legno stesso, alla sua stagionatura e pertanto è inversamente proporzionale al tempo trascorso dall'abbattimento della pianta.

Piccole differenze, grandi difficoltà
Un'altra difficoltà è costituita dall'esiguità delle differenze genetiche tra le diverse specie vegetali tropicali. I ricercatori devono quindi estendere lo studio al genoma del nucleo delle cellule per individuare nuovi marcatori genetici utilizzabili nella tracciatura.

L'importanza degli erbari
Un ulteriore problema è legato al fatto che le piante adulte, le più grandi, sono ormai state abbattute; e le superstiti sono piante giovani che non presentano i caratteri definitivi delle differenti specie. Mancano quindi riferimenti viventi per le mappature genetiche in corso. Da qui l'importanza che assumeranno le collezioni botaniche e gli erbari scientifici sparsi per il mondo: in mancanza di materiale vivo, si lavorerà sui campioni essiccati.
Fonte: RaiNews24

Gli indignati non sanno!


Da anni in Africa molti muoiono per denutrizione. Ma i giornali, specialmente quelli italiani, ne parlano relativamente poco. Pochi sanno, ad esempio, che in Somalia l'emergenza va sempre più aggravandosi: in 30 giorni sono raddoppiati i decessi di bambini; sono ormai 400.000 i profughi che, muniti di poca acqua e di foglie come cibo, cercano rifugio altrove; i primi a soccombere sono minorenni ed anziani. Un evento di dimensioni bibliche, che ha già ucciso decine di migliaia di persone, mettendone in pericolo altre 750.000. Già nel 1992 quel Paese aveva vissuto una situazione simile, a causa della siccità, la peggiore dal 1950, che quest'anno ha contribuito a desertificare la quasi totalità del territorio. Inoltre, alla mancanza di pioggia, si aggiungono i guai del conflitto incrementato dalla mancanza di un Governo, dalla pirateria e dall'ascesa dei musulmani la cui ala estremista, raccolta nel gruppo di al-Shabab, ha provocato la morte di circa un milione di persone e si è impadronita degli aiuti umanitari per rivenderli ed intascarne i soldi. Salvo poi sancire il divieto d’ingresso alle Organizzazioni umanitarie, ora per fortuna ritirato. Il che ha permesso all’Onu, da luglio, di effettuare le prime consegne di generi alimentari ma solo al 20% dei 2,8 milioni di somali in attesa dei soccorsi.
Nel mondo si registra da anni un'inflazione di casi disperati che meriterebbero più attenzione e più aiuti perché, a morire, sono in gran parte bambini ed anziani, quando non intere popolazioni. Drammi per ridurre i quali l’UE decise di favorire "lo sviluppo economico e sociale dei Paesi poveri", invocando "una campagna contro la povertà nei Paesi emergenti". Ottimi propositi, fondati sulla convinzione che l'Europa deve contribuire a far sparire l'ingiustizia. Ma rimasti spesso tali, a giudicare da quel che succede in quel continente: genocidi nel Darfur; due decenni di conflitti armati nel Sudan ove quasi 3 milioni di persone fanno fatica a sopravvivere; in Eritrea l'emergenza coinvolge 1,5 milioni di esseri umani; la recente guerra e la siccità in Etiopia, dove ora sono più di 11 milioni quelli che hanno bisogno di aiuti alimentari.
Non va meglio in Uganda dove gli abitanti risentono della crisi alimentare dovuta anche ai combattimenti che imperversano nel Nord. Ma non solo se - come rilevato in una recente intervista - un padre rimpiange la sua terra dove coltivava caffè e patate e nutriva mucche, capre e pecore, il che gli permetteva di mandare i tre figli a scuola. Un anno fa, dopo averlo picchiato brutalmente, gli hanno confiscato tutto e bruciato la casa. Ora è senza lavoro ed i figli non vanno più a scuola. E, come lui, altri 20.000 contadini, allontanati senza alcuna ricompensa dai loro poderi, sono ormai disoccupati perché alcune compagnie occidentali hanno requisito i terreni agricoli, distrutto le coltivazioni originali - banane, manghi, avocado, fagioli e cereali - e piantato pini ed eucalipti, alberi che intensificano la produzione di legname. Provocando però miseria ed un’infinità di morti. E potrei continuare con l’elenco di Stati dove si soffre e si muore a causa di dittature, siccità, vessazioni, nonché per mancanza d’igiene e di pozzi d’acqua. O guerre: attualmente 40 Paesi, il 90% dei quali a basso reddito, sono coinvolti in conflitti.
Certo, l’attuale crisi economica non facilita gli aiuti ma umanità impone di dare una mano a chi soffre. Eppure, come ammette il centro di analisi per la sicurezza alimentare (FSNAU) delle Nazioni Unite, preoccupato per quanto succede nel Corno d'Africa, il contributo da parte del mondo occidentale è chiaramente insufficiente, anche perché solo il 59% delle somme garantite dai singoli Stati sono state versate. Il che mette a rischio la vita di persone sottoposte a malnutrizione cronica. A patirne sono soprattutto i bambini con meno di cinque anni: ne muoiono 26 mila al giorno per fame, per malattie infettive e per cattive condizioni igieniche. È vero che, nel 2006, le morti dei giovanissimi sono calate rispetto ai 20 milioni del 1960. Tuttavia, ne periscono ancora 9,7 milioni all’anno. Senza contare i 963 milioni di persone che ogni sera nel mondo vanno a dormire affamate; il miliardo che vive in insediamenti abitativi precari; quelli altrettanto numerosi che non hanno accesso all’assistenza sanitaria; i 2,5 miliardi che non hanno servizi igienici adeguati e le 350.000 donne che muoiono ogni anno per complicazioni legate alla gravidanza.
Non è solo l’assenza di reddito a rendere poveri. È soprattutto la carenza dei fondamentali diritti dell’uomo, quali acqua, cibo, salute, lavoro, alloggio, istruzione e sicurezza sociale. Ben pochi sanno che il 16 ottobre, il giorno successivo agli scontri violenti che hanno devastato Roma procurando più di un milione di euro di danni, era la Giornata mondiale contro la povertà. Quella vera di cui, malgrado tutti i loro problemi, i giovani europei, compresi italiani e greci, non soffrono. Vivono in un mondo che da oltre 60 anni non conosce guerre; hanno quasi tutti un telefonino, quando non addirittura l’i-pad; in molti possiedono una macchina; spesso si rifiutano di fare lavori pesanti che preferiscono lasciare agli immigrati, che invece fuggono dalle dittature e dalla fame. E magari fanno parte di quella schiera che si autodefinisce "indignata". O picchiano, incendiano e sfasciano anche immagini sacre in nome - dicono - di un proletariato da difendere e tutelare. Dimenticando però chi veramente soffre; chi si vede negare il minimo vitale; chi deve subire offese ed angherie spesso mortali. (egidio todeschini\aise)

Ecco perché un albero che cade in Gabon preoccupa un italiano


Intervista a Gianfranco Curletti: “vivere in foresta, tra milioni di forme di vita praticamente sconosciute, rende coscienti della propria ignoranza rispetto agli equilibri che regolano la vita”.

Virgilio Go Green, in occasione di Biodiversamente, Festival dell’Ecoscienza organizzato da WWF e Associazione Nazionale Musei Scientifici, ha intervistato Gianfranco Curletti, entomologo del Museo civico di Storia Naturale di Carmagnola (To), esperto ricercatore che ha condotto studi sul tetto delle foreste pluviali in Camerun, Gabon, Madagascar, Panama e Australia.
La dinamica con cui vengono svolte queste ricerche è assolutamente affascinante: si utilizzano le “radeau” vere e proprie piattaforme aeree, fatte da un anello gonfiabile che tiene in tensione una rete da trapezista. Questi “uffici ad alta quota” vengono posizionati sulla volta delle foreste pluviali con dei dirigibili, in modo da permettere ai  ricercatori di salire a turno, arrampicandosi con delle corde. Restano in alto due, tre ore, alternandosi giorno e notte, per studiare la ricchissima biodiversità a disposizione. Quella di Curletti e dei suoi colleghi, sottolinea il WWF, è una vera e propria corsa contro il tempo, prima che la foresta pluviale scompaia del tutto per colpa dell’uomo. Ecco perché è importante raccogliere la sua esperienza.

Qual è la cosa che l’ha maggiormente colpita nei suoi anni di ricerca sulle chiome della foresta pluviale?
Dovrei dire un ramo preso in fronte durante la discesa da un albero. Parlando seriamente, la sua vastità, non in senso geografico, ma in senso culturale. Vivere in foresta, tra milioni di forme di vita praticamente sconosciute, rende coscienti della propria ignoranza rispetto agli equilibri che regolano la vita.

Facciamo un breve passo indietro: foreste. È possibile spiegare l’inestimabile valore dei servizi che offrono?
Prima di tutto citerei la funzione climatica: le foreste sono come delle enormi spugne che assorbono acqua e la distribuiscono regolarmente uniformando il clima come dei serbatoi di riserva, combattendo la desertificazione. C’è poi la funzione chimica: sono un’inesauribile riserva di formule, sia vegetali sia animali, da cui l’uomo può attingere per l’industria chimico-farmaceutica, per curare malattie, alimentarsi o anche più semplicemente per elaborare profumi o creme di bellezza. Senza dimenticare la loro produzione di ossigeno. Come non sottolineare la funzione evolutiva: sono una fucina di vita, racchiudono nel loro ambito l’80% delle forme viventi, indispensabili per la sopravvivenza dell’uomo stesso (catene alimentari). In ultimo,la funzione economica: una saggia gestione forestale può essere una risorsa economica importante per le popolazioni locali.

La sue ricerche si sono svolte in Camerun, Gabon, Madagascar, Panama e Australia… Cosa l’ha portata così lontano dall’Italia?
L’interesse per gli animali in generale e per gli insetti in particolare. Il mio libro “Matto per gli insetti” - Blu ediz.- aiuta a comprendere questa mia passione. Le mie ricerche entomologiche sono iniziate qui in Italia, ma lo studio dei rapporti tra le popolazioni e delle loro divisioni biogeografiche mi ha spinto oltre i confini, nel tempo sempre più ampi. Alcuni miei contributi scientifici hanno destato l’interesse di ricercatori che mi hanno invitato a partecipare alle loro spedizioni internazionali.

Ci spiega quindi su cosa si sono concentrate le sue ultime ricerche?
Sono principalmente legate alla sistematica, al riconoscimento delle specie della famiglia animale di cui mi interesso. Tuttavia collaboro anche in lavori di ecologia, per cercare di comprendere i meccanismi che fanno vivere la foresta.

Un inestimabile patrimonio che purtroppo rischia di scomparire. Come spiegare ad un comune cittadino perché dovrebbe interessarsi alla conservazione di una foresta in Gabon, per esempio?
Il nostro pianeta è piccolo. Tutto è collegato nel creare un delicato equilibrio che permette la sopravvivenza anche dell’uomo. Si è detto, con un esempio estremo ma significativo, che il battito dell’ala di una farfalla in Italia può avere effetti anche in Giappone. L’esempio è volutamente esagerato, ma rende in modo efficace il concetto che rompere gli equilibri che regolano l’ecosistema può essere letale anche per il genere umano.
Fonte: greenMe.it

I detersivi ecologici per combattere l'inquinamento


Temi centrali dell'odierna puntata di Geo e Geo sono l'autoproduzione di detersivi ecologici per combattere l'inquinamento, una passeggiata nel bosco dell'appennino modenese, una lezione del mastro pastaio per imparare a riconoscere la farina migliore e, infine, un fantastico viaggio in Madagascar. In studio Rosanna Massapenti ci parla dell'inquinamento da detersivi, tema spesso sottovalutato. Infatti tendiamo ad utilizzare troppo detersivo, soprattutto quello liquido più difficile da dosare. Per questo è preferibile usare il detersivo in polvere, meglio se a basse temperature. Sempre sullo stesso tema, Grazia Macciola ci insegna a produrre in casa detersivi efficaci, ma biologici. Per il bucato si può utilizzare il sapone di Marsiglia, interamente vegeale, ridotto in scaglie e poi inserito in lavatrice in una pallina dosatrice o, in assenza di questa, in una pallina da tennis aperta. Se si preferisce utilizzare il sapone in gel, dopo aver ridotto il sapone di Marsiglia in scaglie si scioglie in acqua bollente e poi lo si lascia riposare coperto da un panno di lana per 12 ore. Per l'ammollo del bucato consiglia di utilizzare acqua e rosmarino, mentre l'aceto si rivela un ottimo ammorbidente.
Cambia completamente l'atmosfera e Sveva Sagramola annuncia un servizio su una passeggiata nei boschi dell'Appenino modenese che si conclude con una cena a 7 metri di altezza. Siamo a Zocca, il parco, che si estende per 10 ettari, rappresenta il sogno realizzato di un giovane esploratore, ed offre la possibilità di vivere una giornata avventurosa saltando da un albero all'altro senza correre pericoli, come ci spiegano le guide del parco. Sono ammessi anche i bambini basta che siano di età superiore ai tre anni. Per raggiungere la piattaforma dove verrà servita la cena a base di prodotti tipici bisogna arrampicarsi su scale di corde. Il cibo viene portato in cima grazie a cestini e carrucole.
Si torna in studio con il Mastro pastaio Valentino Fiumicetti che, accompagnato dal figlio Riccardo, ci insegna come riconoscere la farina migliore per produrre pasta di qualità. La farina migliore si riconosce dal colore più scuro, ma non basta, per valutarla bisogna preparare un impasto, farlo riposare, formare delle palline immergerle nell'acqua a lungo, sciacquarle e verificarne la consistenza che non deve essere troppo elastica. Riccardo, presidente del Gruppo Pasta, ci spiega i pregi della trafila di bronzo e illustra i vari tipi di trafile. La pasta migliore è quella che contiene più proteine e fibre, questa notizia si può apprendere leggendo quanto riportato sulla confezione. Ci annuncia inoltre che il 25 ottobre si terrà a Roma la Giornata Mondiale della pasta. In quest'occasione si discuterà del futuro della pasta, un alimento fondamentale in cima alla nostra piramide alimentare.
Dopo le previsioni del tempo e alcuni commenti sul nubrifragio di Roma, il metereologo, nello spiegare che i nubifragi si formano a causa di un accumulo di aria calda, spiega alcuni accorgimenti che, se adottati, ne limiterebbero l'intensità come quello di pitturare tetti e terrazze dei palazzi di bianco, notoriamente refrattario al calore.
Il documentario conclusivo ci parla di uno splendido viaggio nella natura incontaminata del Madagascar. L'isola ospita 200.000 specie di piante e animali molti dei quali in via di estinzione e presenti solo in questo territorio, uno fra tutti il lemore animale simbolo dell'isola. Gli abitanti del Madagascar, detti mangaschi, sono per metà africani e per metà asiatici. Il documentario si occupa soprattutto delle varie specie di lemore, un animale che può raggiungere i 7/10 kg di peso e che vive sugli alberi mangiando frutti e foglie. Nella foresta troviamo l'imponente Baobab, un albero che raggiunge i 22 metri di altezza e che può vivere fino a 2000 anni. Dalla sua linfa si ricavano condimenti e bevande alcoliche. Il lemore Indri, del quale sopravvivono solo 150 esemplari, è il lemore più grande, il suo aspetto è caratterizzato dall'assenza di coda, grandi occhi, naso sporgente e una pelliccia bianca e nera. Emette un suono simile al pianto che serve per marcare il territorio, segnalare il pericolo e attirare l'altro sesso. 

Fonte: Il Sussidiario.net



Simest assiste gli imprenditori italiani all’estero


Assistere le imprese italiane all’estero è uno dei compiti della Simest: ad elencarli tutti è stato questa mattina il presidente della Società italiana per le imprese all'estero, Giancarlo Lanna, che, insieme a Gian Carlo Bertoni, dirigente responsabile del Dipartimento promozione e marketing, è stato sentito dal Comitato per le questioni degli italiani all’estero.
Nell’introdurre l’ospite, il senatore Firrarello (Pdl), presidente del Cqie, ha sottolineato come "la promozione dell'imprenditorialità italiana all'estero sia una problematica di grande rilievo per i cittadini e le imprese italiane, soprattutto nella difficile congiuntura economica interna e internazionale che l'Italia sta attraversando".
La Simest, ha spiegato Lanna, "è una finanziaria di sviluppo e promozione delle imprese italiane all'estero, controllata dal Governo italiano che detiene il 76% del pacchetto azionario, mentre la restante quota è detenuta da banche, associazioni imprenditoriali e di categoria. Fino all'anno scorso, Simest operava esclusivamente al di fuori dell'Unione europea, mentre attualmente tale limitazione, legata all'esigenza di evitare la qualificazione come aiuti di Stato delle partecipazioni, è stata superata".
Operativa dal 1992, la società "ha approvato sinora più di 1.100 progetti di partecipazione in iniziative di investimento all'estero, per oltre 23 miliardi di euro complessivi. Dal 1999 ha rilevato parte dell'operatività del Mediocredito centrale nel settore del sostegno alle esportazioni"."Il tessuto economico italiano, costituito in gran parte da piccole e medie imprese, - ha aggiunto Lanna – ha una particolare esigenza di accompagnamento nell'ingresso sui mercati internazionali. Un punto di forza è quello dell'attitudine all'esportazione nei mercati emergenti e anche in continenti molto distanti geograficamente. Dei passi in avanti possono comunque essere compiuti nella collaborazione con le Camere di commercio soprattutto nel campo del business scouting, cioè nella ricerca di opportunità di investimento all'estero e di commesse commerciali".
Lanna ha riferito che "gli imprenditori italiani eccellono nello stabilirsi all'estero integrandosi con il contesto di destinazione, ma anche nell'esportazione ad esempio di macchine utensili, nel settore agricolo e nel settore petrolifero. A seconda del paese di destinazione, peraltro, le istanze di assistenza si diversificano. Intento della Simest è anche quello di sostenere politiche di filiera per rendere le imprese italiane competitive, creando ad esempio parchi industriali e fornendo assistenza nel reperimento di soci, nell'elaborazione di studi di fattibilità e nell'assistenza finanziaria, legale e societaria relativa a progetti di investimento all'estero. In questo senso – ha sottolineato – la presenza di una coesa comunità italiana all'estero può essere di supporto".
A Firrarello che ha chiesto come si atteggi in concreto il rapporto tra le imprese italiane e gli Stati stranieri in cui operano e in particolare sul coinvolgimento dei Governi e del settore privato, Lanna ha spiegato che "si tratta di rapporti sul piano privatistico tra imprese italiane e imprese locali, anche ove si operi in paesi stranieri ad economia pianificata".
La Simest, ha aggiunto, "collabora con le Camere di commercio, le ambasciate e i consolati, che da ultimo risultano molto più attive nella segnalazione e nella sollecitazione di opportunità di investimento".
Oltre alla rete consolare e alle CCIE, la Simest collabora anche con la Sace, "che interviene nell'assicurare i crediti" e con le banche italiane presenti all'estero.
A livello istituzionale, ha puntualizzato, "ci sono accordi intergovernativi per l'istituzione di zone economiche speciali, ove sono previste agevolazioni per gli insediamenti produttivi ovvero di zone franche, con un regime favorevole di dazi doganali".
Sul fronte dell’internazionalizzazione e della collaborazione con tutti gli attori presenti all’estero, la Simest, ha detto Gian Carlo Bertoni, "individua le opportunità di investimento e mette in contatto le imprese italiane e straniere. Mentre ambasciate e consolati forniscono soprattutto informazioni e assistenza in generale ai cittadini e alle imprese, la Simest è focalizzata sul settore degli investimenti e degli affari, sostenendo anche l'interscambio tra imprenditori e Camere di commercio".
Presente alla seduta, il senatore Fantetti (Pdl) ha voluto ricordare "i buoni risultati ottenuti dalla Simest nel corso degli anni", di cui, ha aggiunto, "ho avuto testimonianza diretta per la mia esperienza professionale", ma segnalato, allo stesso tempo, "un insufficiente livello di conoscenza da parte delle imprese italiane delle opportunità offerte dal canale estero non solamente a livello di rete diplomatico-consolare e di Camere di commercio, ma anche di organismi rappresentativi delle collettività italiane nel mondo". Il senatore ha quindi chiesto un chiarimento sulle relazioni esistenti tra la Simest e le banche internazionali di sviluppo.
"Esiste un consolidato rapporto di collaborazione con la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) e con le altre banche di sviluppo", gli ha risposto Lanna, precisando che, però, "fino all'anno scorso la Simest operava esclusivamente al di fuori dell'Unione europea". Dal canto loro, ha aggiunto, "le imprese italiane presentano una netta preferenza al sostegno alle esportazioni, a scapito degli investimenti diretti, il che non consente di sfruttare appieno tutte le opportunità che il canale del finanziamento al capitale può offrire".
Senatore eletto in Europa, Micheloni (Pd) ha chiesto una valutazione sul riassetto che ha riguardato l'Ice e dei chiarimenti sui progetti che hanno riguardato in particolare la Svizzera. Per il senatore occorrerebbe "migliorare la collaborazione tra le istituzioni italiane a sostegno delle imprese e le ambasciate e i consolati" e sapere bene "come in concreto un'impresa italiana possa mettersi in contatto con la Simest".
Per Lanna "negli ultimi anni la collaborazione tra Simest e la rete degli uffici all'estero del Ministero degli Affari esteri è molto migliorata. Vi è un costante confronto tra Simest, Sace e Ministero degli Affari esteri".
Quanto alle modalità concrete di rapporto tra Simest e imprese, il presidente ha sottolineato che "ci sono occasioni specifiche di contatto. Inoltre esiste un canale informativo a livello regionale, mentre per la presentazione delle istanze è operativa la sede di Roma. L'istruttoria sulle domande di finanziamento per studi di sostegno all'esportazione è meno complessa di quella sui finanziamenti in conto capitale. In tale ultima ipotesi, infatti, è previsto un intervento di private equity nella fase di avvio per la durata massima di otto anni, con una valutazione del progetto industriale. L'analisi è approfondita in quanto si tratta di investire fondi pubblici e il riscontro in termini di utili è positivo. Credo – ha aggiunto – che un ulteriore miglioramento della collaborazione con le imprese potrebbe essere ottenuto dagli specifici accordi sottoscritti con Unioncamere e le associazioni di Confindustria territoriali, per raggiungere imprese con sede anche distante da Roma".
Per Lanna, invece, "un fattore di criticità è rappresentato dalla qualificazione del commercio estero come potestà concorrente tra Stato e regioni. Vi è la tendenza degli organismi regionali – ha spiegato – a destinare risorse a canali diversi rispetto al venture capital, il quale secondo me andrebbe privilegiato". Quanto alla presenza di Simest nell'Unione europea, "essa è essenzialmente legata alle operazioni di partecipazione al capitale, una volta superato l'ostacolo della qualificazione come aiuti di Stato. La Simest – ha voluto puntualizzare – effettua una precisa scelta di affidare le opzioni imprenditoriali al management delle società, senza interferenze nella gestione dell'azienda". Sull’Ice, Lanna ha diplomaticamente osservato che "le scelte normative sul riassetto dell’istituto devono essere valutate con attenzione, per non disperdere il prezioso patrimonio costituito dalle sedi estere". (aise)

Donnavventura 2011: saluta il Madagascar


Dal Madagascar a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti e in Oman: la spedizione di Donnavventura porta quest’anno il Team alla scoperta dell’Oceano Indiano. Un susseguirsi di esperienze mozzafiato lungo un percorso vario, che darà luogo alla più lunga spedizione della storia del format: da ferragosto alla vigilia di Natale. 

Ripercorriamone la prima parte. Tappa iniziale della carovana è il Madagascar, un Paese con realtà ancora arcaiche, con una natura aspra e una vegetazione spesso impenetrabile. Per le neo-reporter l’impatto è forte. La prima giornata in terra malgascia vola velocemente e si chiude con le ragazze che, un po’ affaticate dal viaggio, chiudono gli occhi sognando ciò che vedranno l’indomani. 
Si parte dalla capitale Antananarivo, o meglio Tana. La prima mattinata è dedicata alla scoperta degli aspetti più autentici del luogo, con la squadra che si “mescola” alla popolazione locale mentre allestisce bancarelle di ogni tipo. Tutto è davvero emozionante e c’è chi addirittura si commuove, come Margherita. 

Al salone Mitsubishi-Sicam, il Team è atteso dal presidente dell’Organizzazione Nazionale del Turismo Malgascio insieme ad altri responsabili e ai vertici della Mitsubishi per una conferenza stampa. Il Team incontra anche il console generale d’Italia in Madagascar, Cinzia Catalfamo, residente a Tana, che racconta la sua esperienza in un’ intervista realizzata da Chiara. La prima isola di avanscoperta è Sainte Marie.

 Qui il Team è alla ricerca delle balene, insieme a ricercatori osservatori dell’associazione CETA MADA, che opera in queste acque occupandosi dello studio dei cetacei e, in particolare, delle balene, specialmente in questo periodo della riproduzione. La giornata è fortunata e moltissime megattere sono avvistate, fotografate e riprese dalle Donnavventura. Lasciando l’isola di Sainte Marie è davvero giunto il momento di partire alla scoperta del Madagascar. Si saluta la capitale dal Café de la Gare, mentre i Pick up sono pronti, caricati con le casse e tutte le attrezzature. E’ il momento! I motori rombano, le luci dei fari alti si accendono e il lampeggiante dell’auto di scorta avverte che bisogna lasciar passare l’insolito convoglio. Tutti voltano lo sguardo verso la carovana di Donnavventura, attratti anche dai fischi dei poliziotti che bloccano il passaggio ad altri mezzi. 

Ora, fuori dalla città, non sono soltanto il paesaggio e la natura che cambiano col passare dei chilometri, ma anche la strada si fa più impervia. Sempre più spesso il Team attraversa ponti malmessi e percorsi sterrati, in cui i pick-up quasi scompaiono circondati da una polvere di terra color rosso acceso. Ed ecco che fra una risaia e l’altra iniziano a spuntare, in tutta la loro maestosità, i primi baobab. La carovana, dopo chilometri e chilometri di pista arriva finalmente a una nuova sosta, un lodge in mezzo al parco Kirindy, dove le Donnavventura si fermano per la notte. È l’occasione per inoltrarsi nel fitto della vegetazione e scorgere un piccolo lemure dalla pelliccia fulva e grandi occhi sgranati. Poco dopo, l’avvistamento è ancor più allettante: ci sono ben tre sifaka sulla sommità di un albero. 


La carovana lascia il parco per dirigersi verso la meta successiva, la cittadina di Belo sur Tsiribihina. Si susseguono diversi corsi d’acqua, dove alcune persone si lavano e i bimbi giocano. È impossibile non fermarsi. Lasciata la cittadina di Belo e usciti dal centro abitato è polvere ovunque, anche se un panorama spettacolare sta per affacciarsi, regalando davvero una cartolina mozzafiato: si tratta delle grandi formazioni chiamate Tsingy. 

Una successiva e importante tappa è nella località di Andavadoaka, dove si trova un ospedale di fondazione italiana: il Dipartimento Sanitario Vezo gemellato con il S. Orsola Malpighi di Bologna. Chiara si intrattiene con il Dott. Giovanni Mazzoleni, che le spiega come è strutturato l’ospedale, dove lavorano a rotazione moltissimi volontari italiani. Un’iniziativa generosa che va a tamponare, almeno in questa parte meridionale dell’isola, la carenza di infrastrutture mediche del Madagascar. 

È poi la volta di Salary Bay, un altro angolo di paradiso malgascio dalle acque limpide. Non troppo al largo si avvistano alcune piroghe molto pittoresche e, sulla spiaggia, alcuni bimbi trasportare dei secchi. In seguito, arrivate al Parco di 
Isalo, le Donnavventura si preparano per fare un’escursione. Prima tappa, una piscina naturale nel bel mezzo dei massicci del parco.


Ma quando si ritorna a Tana La giornata tuttavia si conclude come nessuno vorrebbe, il primo “turnover” è stato organizzato per l’indomani con il rientro di Margherita e Jennifer e annunciato un “cartellino giallo” per Giorgia e Veronica. 

Altro scorcio che non manca mai è quello delle risaie. Non esiste strada in Madagascar che non sia costeggiata almeno da qualche risaia, persino nel contesto di un altopiano. Il Team si muove poi verso le piantagioni di cacao di Ambanja, in particolare quella di Millot, proprio per scoprire qualcosa di più sulle tecniche di lavorazione e le caratteristiche del cacao malgascio. 

Lasciata la piantagione di caffè ad Ankify, ad attendere le Donnavventura c’è una strepitosa barca a vela di 54 piedi: l’Albaricoque, che in spagnolo significa Albicocca. È con questo mezzo d’eccezione che vanno alla scoperta delle isole del nord del Madagascar, a partire dalla più grande: Nosy Be. La fortuna anche stavolta bacia le Donnavventura che, condotte nel luogo dove mesi prima le tartarughe avevano deposto delle uova, ne scorgono i “piccoli” che fanno capolino annaspando fra la sabbia. Ma l’isola di Nosy Iranja non è solo un paradiso per le tartarughe. Nelle sue acque, infatti, si trovano anche moltissimi delfini. Splende il sole su Nosy Be: è la giornata ideale per andare ad Andilana, una delle spiagge più belle dell’isola. 

A Nosy Be abita un’ex docente di filosofia di origini napoletane che si chiama Manina Consiglio. Il suo nome ha un significato ben preciso in malgascio, ovvero “nostalgia di una persona lontana”. Chiara ripercorre con Manina la sua storia malgascia, fatta soprattutto di aiuto e assistenza a questo popolo spesso in difficoltà. Manina negli anni ha aperto scuole materne, primarie e secondarie, arrivando allo strabiliante numero di 200, frequentate da 12'000 studenti. Sul sito www.bambinidimanina.net si possono trovare le informazioni per sostenere questa onlus. 

Nei giorni successivi c’è il secondo “turnover” nel Team, peraltro già preannunciato dal capo spedizione: partono Giorgia e Veronica e arriva una veterana, Stefania, che ormai è alla sua quinta spedizione. D’ora in avanti, quindi, il team sarà composto da Ana, Chiara, Stefania e la “toscanina” Michela. Il rinnovato Team approda così a Nosy Tsarabanjina, un angolo di paradiso, un’isola incontaminata. Le Donnavventura hanno annotato le coordinate geografiche per divulgarle solo agli amici. E’ questa l’ultima tappa della prima parte della spedizione: “Veloma Madagascar”, arrivederci Madagascar… 

Dopo quaranta giorni di viaggio è tempo di lasciare questa grande isola per andare alla scoperta di una nuova destinazione: l’Ile Maurice. 
Fonte: ilTurista (Blog)