martedì 30 agosto 2011

Angady e zebù

In piedi nel campo, una fionda nella mano, un contadino scaccia gli uccelli con colpi precisi e veloci. Uno di loro caccia un urlo e vola via dopo essere stato colpito e il contadino smette un secondo di ridere solo per badare alla pentola di riso che gorgoglia ai suoi piedi.
Si chiama Mami Niriana Rakoto e, come molti altri contadini – e in Madagascar sono contadini otto persone su dieci – vive letteralmente di riso. Ne mangia quasi un chilo al giorno (il 60-70% delle calorie quotidiane) e i suoi guadagni dipendono esclusivamente dal surplus che riesce a vendere. Pianta, coltiva e raccoglie con l’ausilio di un solo attrezzo: l’angady, una vanga fatta a mano. La moglie intreccia cestini per trasportare, insieme ai figli, le piantine di riso per il trapianto. Il loro ettaro e mezzo di terra si trova a un chilometro dalla riserva di Andasibe e, al mattino, Rakoto può sentire i lemuri indiri indiri chiamarsi l’un l’altro, dalle cime ondeggianti dei palissandri.
Quando ha riso da vendere, aggiunge il suo sacco al carro trascinato da un gobbo zebù che il vicino guida fino al mercato di Moramanga. Un altro zebù tira l’aratro nel campo; qui, al contrario di molte altre aree del Madagascar, l’utilizzo dell’attrezzo non è proibito da un complicato sistema di tabù, denominato fady. Nelle aree dove gli aratri sono fady, i contadini fanno semplicemente camminare gli zebù sui campi, con il limitato effetto di areare il fango con gli zoccoli.
La famiglia di Rakoto mangia riso tre volte al giorno: cotto in una zuppa con erbe selvatiche a colazione, condito con peperoncino e sale a pranzo, e, per cena, accompagnato da pollo bollito, uova fritte, lenticchie o foglie di cassava pestate e cotte nell’olio di palma. Si pasteggia normalmente con rano-pangu, l’acqua di cottura del riso, mentre, dopo cena, Rakoto si concede alcuni bicchierini di toka-gasy, una specie di rum dolciastro prodotto in casa (la canna da zucchero cresce in un piccolo campo al limite del suo terreno).
A differenza degli agricoltori, la maggior parte dei malgasci che vivono in città mangiano riso importato. In particolare pakistano, che costa come quello locale (o leggermente di più), ed è più pulito. I locali, infatti, fanno asciugare le spighe sulla terra e usano un mortaio per pilare: il prodotto finale, quindi, spesso ha chicchi rotti e un’alta percentuale di impurità.
Tra le varietà del Madagascar ce n’è una – dal colore rosso scuro – che si vende più facilmente delle altre. Chiamata Varymena nel dialetto locale, è considerata indigena dell’isola. Probabilmente, gli Indonesiani che colonizzarono l'isola nell’anno Mille portarono con sé varietà Japonica bianche della specie Oryza sativa, che si sono poi incrociate con quelle selvatiche e rosse dell'isola. Il risultato è una varietà metà asiatica e metà africana con un gusto ricco e note di nocciola. Ricco di vitamine, secondo le anziane malgasce il Varymena deve essere tenuto da parte per i vecchi, i bambini e i malati.
Rakoto riserva un pezzo del suo terreno al Varymena per la sua famiglia, ma la sua coltivazione è sempre più rara a causa delle rese molto basse (forse legate ai suoi antenati selvatici) e dei prezzi spuntati sul mercato. Quel poco che arriva in città, infatti, viene deprezzato per la lavorazione rustica e imperfetta e vale la metà rispetto al riso bianco importato dal Pakistan.
Tuttavia è stato dimostrato che il Varymena ha le potenzialità per ottenere rese più alte: la combinazione di questa antica varietà con le moderne tecniche agronomiche potrebbe permetterne la coltivazione su scala commerciale. E date le ottime qualità organolettiche, si potrebbe investire in una filiera di qualità, valorizzandolo sul mercato locale e internazionale.
Anya Fernald – Sloweek

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