mercoledì 10 agosto 2011

Il Madagascar chiude una miniera cinese di ilmenite. Problemi ambientali e di radioattività


La grande occasione del mercato cinese e la realtà dello sfruttamento ambientale ed umano
A volte anche i Paesi piccoli e poveri riescono a ribellarsi ai colossi. Secondo quanto scrive il quotidiano del Madagascar "Mid Madagasikara", il governo di Antananarivo avrebbe chiuso il sito di «una compagnia mineraria, chiamata Mainland, appartenente a un operatore cinese che sfrutta l'ilmenite (un minerale di ferro e titanio, con struttura simile all'ematite, ndr) nella regione di Analanjirofo. Il sito è localizzato principalmente a Anjahabe, vicino a Fénérive-Est e Soanierana Ivongo».
Rakotoary Jean Chrysostome, direttore generale dell'Office national pour l'environnement (One) del Madagascar, spiega che «dopo aver inviato un lettera di messa in mora, abbiamo sospeso provvisoriamente il permesso ambientale a questo operatore minerario, per una durata di tre mesi a iniziare dalla (passata) metà di luglio. Nel quadro delle sue attività sono state osservate numerose mancanze, ed abbiamo accordato loro questo lasso di tempo per correggerle».
Ma ci sono anche altri problemi. Nella miniera cinese le condizioni di lavoro degli operai malgasci sarebbero terribili: «in effetti - scrive Mid Madagasikaran - non dispongono neanche degli equipaggiamenti protettivi individuali, il che è invece obbligatorio nel settore dello sfruttamento minerario».
La questione ambientale più grave sembra essere quella del sistema di stoccaggio dell'ilmenite; l'One aveva già più volte avvisato la Mainland che il suo minerale poteva essere stoccato al massimo per due mesi «per evitare un eventuale pericolo per l'ambiente», e che i cumuli di minerale devono essere messi sotto coperture di alluminio. «Ma tutto questo non è stato rispettato dalla compagnia. Il suo stock di ilmenite è coperto solo da cespugli di "broussaille" e resta sul sito al di là del periodo massimo», ha sottolineato Rakotoary Jean Chrysostome, che ha svelato un altro aspetto della vicenda dell'ilmenite: «questo operatore cinese deve lavorare in stretta collaborazione con l'Instin (Institut national des sciences et techniques nucléaires) sulla valutazione dell'evoluzione del tasso di radioattività di questo minerale».
L'impresa cinese si era impegnata per il ripristino ed il rimboschimento del sito minerario sfruttato, «ma non rispetta nemmeno i confini delle concessioni, visto che opera fino al bordo della spiaggia», denuncia il direttore dell'One.
I cinesi trasportano l'ilmenite da Fénérive-Est fino a Toamasina, dove il minerale viene imbarcato ed esportato verso la Cina, ma anche queste operazioni non sono a norma: «poiché la società Mainland utilizza la "Route nationale" per consegnare il suo prodotto, ha anche degli obblighi nei confronti del ministero dei lavori pubblici, dovendo garantire allo stesso tempo la sicurezza stradale». L'ultimo degli incidenti causati dai camion della Mainland che trasportano ilmenite sulla Route national è stato mortale, ed ha costituito un'altra delle ragioni per sospendere la licenza ai cinesi. Le pressioni malgasce sembrano aver ottenuto qualche effetto sulla Mainland, che recentemente è passata di mano ad un'altra "casa madre", impegnandosi a correggere tutte le sue mancanze: l'One assicura che «altrimenti non potrà riprendere le sue attività».
Certamente la vicenda dell'ilmenite, anche se evidenzia il fastidio per i metodi sbrigativi dei cinesi, non può mettere in crisi i rapporti commerciali tra Pechino ed Antananarivo, anche perché il governo malgascio, stretto da varie misure di embargo, ha bisogno come il pane degli yuan cinesi.
Proprio mentre scoppiava la grana della Mainland il primo consigliere dell'ufficio del consiglio economico e commerciale dell'ambasciata cinese in Madagascar, Zhu Mangsheng, diceva ai giornalisti di Antananarivo che «secondo i dati della dogana cinese, il volume del commercio bilaterale tra la Cina e il Madagascar era di 82 milioni di dollari nel 2001, passato poi a 500 milioni di dollari nel 2010, con cioè un aumento del 509% in 10 anni».
Cifre che dimostrano un'evoluzione positiva delle relazioni Cina-Madagascar, anche dopo il golpe militare che ha portato al potere Andy Rajoelina, ma praticamente a senso unico: Pechino sfrutta le risorse minerarie (e i cinesi sono i protagonisti del traffico illegale di specie animali e vegetali) in cambio di merci e di opere pubbliche come la Rue National 2, il Palais des sports, il Centre des Conférences Internationales d'Ivato, il centro pilota per il riso ibrido a Mahitsy e la costruzione di scuole primarie.
In cambio dello sfruttamento delle risorse i cinesi hanno offerto al Madagascar un accordo privilegiato per l'esportazione dei prodotti dell'isola ed una tariffa zero per una parte delle esportazioni verso la Cina, che è la stessa della quale usufruiscono gli altri Stati africani più poveri. Dopo il summit Cina-Africa del 2006, 500 prodotti del Madagascar beneficiano di questi vantaggi tariffari, anche se la cosa non sembra aver migliorato le condizioni dei poverissimi malgasci, attirando invece sull'isola imprese cinesi spesso molto spregiudicate. L'immensa opportunità del mercato cinese che Pechino fa balenare davanti agli occhi del regime di Antananarivo per il momento è in realtà la svendita delle risorse naturali dell'isola, mentre i lavoratori prendono paghe da fame e scavano l'ilmenite in condizioni infami.
Fonte GreenReport

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