domenica 27 febbraio 2011

Spari e tensione, rientrati in Italia undici archeologi della "Sapienza"

Con un C-130 dell'Aeronautica militare è atterrata a Pratica di Mare l'equipe di ricecatori dell'ateneo romano che stava eseguendo una campagna di scavi nella regione del Messak. "Ci sentivamo prigionieri nel campo"   

di VIOLA GIANNOLI

È appena rientrata a Roma, con un C-130 dell'Aeronautica militare atterrato a Pratica di Mare, l'equipe di 11 archeologi, 7 donne e 4 uomini, della Sapienza diretta dal professore Savino Di Lernia che da anni svolge attività di ricerca in Libia nella regione del Messak. 
La Libia è nel caos. Com'era la situazione nella zona in cui vi trovavate?
"Noi eravamo a circa mille chilometri da Tripoli accolti in un campo petrolifero da cui ogni giorno partivamo per le ricognizioni. La situazione era apparentemente tranquilla, a parte una sera, subito dopo il discorso di Gheddafi, in cui c'è stato proprio nel nostro campo un corteo di supporto al leader libico. Abbiamo sentito spari, grida e capito che la situazione stava evolvendo e degenerando. Più che i problemi di sicurezza ci preoccupava la difficoltà di riuscirci a muovere o a tornare a casa. Come se fossimo prigionieri nel campo". 
Riuscivate a informarvi di ciò che stava accadendo e a comunicare con l'Italia?
"Della rivolta abbiamo saputo tutto via internet e all'inizio funzionavano anche i cellulari. Poi c'è stato un black out totale delle comunicazioni, in un giorno in cui tra l'altro parte degli archeologi era fuori dal campo e non riuscivamo a rintracciarli. poi la rete ha ricominciato a funzionare. E da lì siamo stati in contatto costante con La Sapienza, l'Unità di crisi della Farnesina e l'ambasciata. Insieme a me c'era una squadra di ricercatori, tutti giovanissimi, poco più che trentenni, assegnisti e collaboratori, che sono rimasti lucidi e calmi e da lì si sono ritrovati nella situazione paradossale di dover tranquillizzare le famiglie a Roma". 
Quando sareste dovuti rientrare se non fosse scoppiata la rivolta anti-Gheddafi?
"Il programma si sarebbe concluso il 4 marzo. Siamo riusciti a completare le rilevazioni sul terreno, un ottimo risultato dal punto di vista scientifico, ma il lavoro si è interrotto prima che scaricassimo i dati e li trasferissimo ai dipartimenti di ricerca e alle autorità libiche". 
Il rettore della Sapienza Luigi Frati ha ringraziato con una nota il sottosegretario Stefania Craxi per aver organizzato il vostro rientro. È stato difficile lasciare il Paese?
"E' stato difficilissime trovare un aereo che ci mettesse in salvo. i piloti libici non volevano volare per paura dei cacciabombardieri. Poi stamattina è stata tutta questione di pochi minuti. L'ambasciatore ci ha detto di trovare un aereo nel campo e volare fino a Seba. Lì anche grazie a una mia conoscenza, un tour operator, abbiamo formato un gruppo di cinquanta italiani, ci siamo uniti ad altri cittadini comunitari, francesi, austriachi, tedeschi, e abbiamo lasciato il Paese. "Fare gruppo" era l'unico modo per uscirne". 
Da anni lei lavora nel Messak, nel Sahara centrale, per le ricognizioni archeologiche che serviranno a costruire un museo a cielo aperto di incisioni rupestri. Un lavoro interrotto ora dalla guerra civile. Quando pensa che potrà tornare in Libia per portare avanti le sue ricerche?
"Il progetto era triennale. il primo anno di lavoro si è concluso. in teoria saremmo dovuti tornare per gli interventi di conservazione e la musealizzazione dell'area rupestre. Ma ora a meno che non accada qualcosa velocemente, il progetto sarà sospeso sine die e non torneremo in Libia".

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